martedì 21 luglio 2009

un giorno qualsiasi....

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  1. Per molto tempo ho cercato le parole del poeta per descrivere questi luoghi dove vivo, fortunatamente non le ho mai trovate.
    Piuttosto oggi accade che viaggiandoci sopra per lavoro, mi sono dedicato ad un’altra inspiegabile quanto inutile passione, l’osservazione minuziosa di questo piccolo universo, fatto di campi, strade, colline, piccoli centri urbani.
    Guardo e racconto a me stesso ciò che vedo con un leggero fuori sincrono, il gioco consiste nel fare il turista e la guida contemporaneamente.
    Sta di fatto che sono sempre in giro, salgo e poi riscendo l’Appennino, percorro piccole valli, entro ed esco da paesi più o meno grandi, muovendomi sempre con la “scatola”, la “scatola” è un’auto chiaramente, ma superata la classificazione di marca, colore, cilindrata, sempre una “scatola” rimane e mi piace immaginarla così.
    Lentamente, da un punto qualsiasi, si parte. Ciò che prima era immobile adesso comincia ad animarsi attraverso il parabrezza dell’auto, i suoi bordi sono la cornice dentro la quale per effetto del movimento inizia una storia, ora c’è una partenza ed un arrivo, un inizio ed una fine e la velocità di marcia, regola la relazione del tempo e dello spazio.
    La “Scatola” adesso è come una grande cinepresa. Seduto all’interno, in penombra, posso aumentare la successione dei fotogrammi spingendo sull’acceleratore, gli alberi, i muri delle case schizzano fuori velocissimi dall’inquadratura al margine del parabrezza, mentre le colline, i soggetti centrali non arrivano mai. Poi una curva stravolge completamente quanto finora sembrava il motivo principale, adesso è la volta di un lungo stradone in pianura, ci sono delle persone che parlano tra di loro, la vita è concentrata solo ai lati della strada, dietro le case, campi, vigne, fino a perdita d’occhio.
    Apparentemente sembra tutto normale, sottolineare ciò addirittura superfluo, ma in realtà c’è qualcosa di strano, di non codificato, che fa nascere un dubbio, un senso di smarrimento.
    Il gigantesco “obbiettivo” trascina dentro la “scatola” tutto quanto il presente possa mettergli innanzi: Un susseguirsi di lampi di luce, alternati a momenti scuri d’ombra, poi di nuovo flash accecanti di riverbero nei vetri e ancora campi, d’erba o arati, che al margine delle strade diventano strisce, frastagliate e discontinue.
    Insomma, di fronte a tanta potenza non sono più sicuro di essere io a guardare, non so nemmeno se sono io che registro la realtà, oppure è lo spazio circostante, che più forte di me, della mia volontà e delle mie intenzioni, proietta se stesso dentro i miei occhi.
    La contemplazione è un esercizio attivo, è voglia di capire, lasciarsi trascinare nella definizione oggettiva della realtà, ma anche viceversa farsi sedurre da ciò che ci sfugge e ci emoziona proprio per il suo mistero.
    Il viaggio continua, la strada prosegue in discesa aprendosi a vedute incantevoli, cedo alla tentazione di fermarmi.
    La “Scatola”, sul ciglio della strada inquadra una piccola valle, solcata da stradine bianche e da un torrente che scivola tra le poche case deserte, d’intorno, le colline sovrastano i campi di fieno delimitati da grandi spalliere di rovi. Il cielo abbastanza sereno fin dal primo mattino, adesso ha caricato all’orizzonte dei nuvoloni neri e minacciosi , tutte le foglie degli alberi e degli arbusti sono attaccate immobili, come cristallizzate in una atmosfera di attesa, anche gli uccelli, dapprima numerosi nell’aria, rimangono fermi e silenziosi nei rami. Continuo a focalizzare i dettagli di questo ipotetico quadro, malgrado dubiti, come già detto, siano loro a mostrarsi a me, voglio capire insomma se c’é un metodo nello svelarsi, una abilità nella scelta, di quando e a chi debba accadere. E’ probabile che esista un progetto più complicato del semplice e casuale manifestarsi delle cose, e dunque, appostato come un cacciatore aspetto, sperando di trovare un attimo in cui la natura si distragga ed io possa scoprire realmente cosa c’è dietro quest’apparenza.
    L’immagine che ho di questo luogo è riprodotta su di una pellicola sottilissima e inverosimile, che si attacca agli occhi, alla memoria o al parabrezza di quest’auto, provo a graffiare il vetro con l’unghia perché so che sotto quella pelle esiste un’altra dimensione, che intuisco ma che non conosco, vorrei scendere per capirci di più, entrarci dentro, ma una volta all’esterno farei parte del tutto, sarei natura io stesso, e vivendo quel momento, fisicamente, intensamente, non vorrei più indagare la realtà.
    La visione si accompagna al sospetto che queste siano le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di straordinario è accaduto o accadrà su questo teatro, lo presumo da ciò che vedo, dall’immagine che ho davanti, oppure da ciò che sento dentro di me dai miei ricordi.
    Cerco una crepa in questa pellicola, che mi permetta di sbirciare cosa ci sia dietro, se oltre il tempo immobile di questa rappresentazione si vedano ancora le gesta eroiche di battaglie primitive, oppure solo contadini al lavoro, o animali al pascolo. Eppure una volta trovata la fessura, guardando attentamente, devo constatare che dall’altra parte c’è la stessa immagine, apparentemente identica a quella che vedo e dunque non quella che immaginavo.
    Ciò che è successo precedentemente non accadrà più, il passato non ritorna e quello che ancora dovrà accadere fa parte di un tempo che non ci è dato conoscere, esiste piuttosto aldilà di questa pellicola una dimensione oggettiva, reale, un cuore pulsante, una carpenteria complessa e vitale che permette a questa apparenza di esistere. E’ un impianto naturale fatto di linfa, che scorre negli alberi, va e torna dalle radici alle foglie, perfino il più esile filo d’erba vive ostinatamente e trasmette energia. Viene da pensare al peso delle rocce o della terra, alla enorme massa sotterranea, oppure alla superficie e alla sua delicatissima chimica nutritiva, ma anche ai fotoni di luce esplosi ovunque, ai gas disciolti nell’aria, oppure ai raggi del sole che scaldano questa piccola valle.
    Tutto rimane ancora perfettamente immobile, solo un tuono lontano interrompe questa pace, un forte colpo di vento scuote la”scatola”, mi accorgo che l’immagine del fuori sobbalza con me, come fosse tappezzeria appiccicata.
    Ho una leggera vertigine, un senso di nausea come quando alla stazione non si è certi se siamo noi a partire o il treno del binario accanto.
    Trascorrono degli attimi in cui sento che tutto il condizionamento e la fantasia che ho usato per le mie riflessioni “artistiche” sta funzionando davvero e mi spaventa questo incantesimo imprevisto, generato da un mago principiante e maldestro, che si è spinto troppo oltre e non sa più tornare indietro.
    Una goccia di pioggia cade sul vetro, deformando una piccola porzione di paesaggio, somiglia ad una lente di ingrandimento che altera la forma e la dimensione di tutto ciò che la attraversa.. Viva, instabile, attorcigliandosi su se stessa nel tentativo di raccogliersi scompone degli alberi di fronte a se, capovolgendoli più volte e dilatandone la forma. E’ una goccia tiepida di questo temporale estivo, sciogliendo il colore scende dal vetro in un rivo verdastro e cristallino, scivolando fino alla gomma del tergicristallo. Dopo poco un’altra, poi cento altre ancora.
    Oramai l’immagine gronda dall’alto al basso, miscelando le tinte del paesaggio e dissolvendosi sempre di più con l’arrivo di altra pioggia, adesso è tutto lavato, non c’è più nulla da vedere. Lo scrosciare forte e rumoroso, inevitabilmente mi distoglie da questa specie di allucinazione restituendomi al presente, adesso quasi mi dispiace che l’incantesimo sia finito. E’ una situazione intima e grottesca, solo in macchina, con questo diluvio che ha cancellato in pochi istanti un sogno vissuto con tanta urgenza e tanta passione, lasciandomi poi con l’amaro di un risveglio troppo brusco. Malgrado tutto ritengo che proprio riflettendo a caldo sull’accaduto, certi interrogativi estetici abbiano generato sul piano visuale un elemento di analisi non trascurabile e vi intravvedo una possibilità artistica. Quindi anche se l’aspetto intimo e personale di questa esperienza non propone nessuna risposta, sarà piuttosto l’occasione per la riformulazione dello stesso tema visivo attraverso un approfondimento formale
    Adesso, da qualche istante non piove più, una farfalla svolazza davanti al parabrezza ma è troppo bagnato, non si ferma, decide di proseguire, le cime degli alberi in lontananza si piegano sotto gli ultimi colpi di vento del temporale che si allontana.
    Scendo dall’auto e l’odore del fango bagnato mi coinvolge come qualcosa di straordinario e di famigliare al tempo stesso, sento rimescolare il sangue nelle gambe attenuandone il formicolio, fa un po’ fresco ed ho voglia di correre, annuso l’aria come un animale, tra un po’ avrò fame, faccio di nuovo parte della natura e di questa terra.

sabato 1 novembre 2008

macerie


Oppure chi come me non si da per vinto e con la malinconia di chi cerca di rimediare ad un danno irreparabile costruisce con i cocci rotti forme geometriche o croci.
Adesso gli stessi cocci rotti sono frasi tronche, promesse non mantenute, vocali o consonanti mal pronunciate e per questo fraintese. Con lo stesso spirito e la stessa malinconia, tento di recuperare anche solamente il senso di una frase, per far si che non sia andato tutto perduto, è la stessa urgenza di ricomporre delle macerie che mi spinge a rapprendermi in parole




L’uomo che voleva rapinarmi stava di fronte a me ansimando e balbettando qualcosa di incomprensibile, provai ad intuire cosa volesse, gli anticipai che non avevo denaro, in cambio se avesse accettato, sarei andato in macchina a prendere una cartellina con delle mie opere, piena zeppa di disegni, di scritti inediti, di progetti fantastici che con il tempo,era sicuro, avrebbero finito col valere una fortuna.
Il tipo annusò che non cerano quattrini e dal principio trasalì, ci mise alcuni istanti per realizzare cosa gli stessi proponendo, poi quando capì, scoppiò in una risata fragorosa e scomposta che lo faceva sobbalzare a scatti. Continuò a ridere sempre più di gusto, finche addirittura la pistola non gli cadde di mano
Come l’arma toccò il pavimento partì accidentalmente un colpo che frantumò i vetri della finestra di un negozio li vicino, si levò un fracasso dai toni argentati ed acutissimi, seguito da una eco così stridula e penetrante che ci confuse e ci stordì
Riuscii a scappare.
A questo punto in genere, con tutto questo baccano mi sveglio e ricordo che è un sogno frequente, fatto già tante altre volte, mi è così familiare e riesco a pilotarlo talmente bene, che sono sicuro di provocarlo ad arte
Continuo a rimuginarci nello stato di veglia del primo mattino e devo ammettere con gran piacere che per la prima volta, quello che in genere mi frustra, cioè l’indifferenza a tutto ciò che non sia solo ed esclusivamente denaro, oppure la mia mediocrità, di uomo e di artista, adesso pagano il prezzo più alto, rendendomi salva la vita.
Questa vita vissuta su vari livelli e su piani diversi, in posti nascosti e oscuri, dove l’importante è andarsene al più presto, oppure in stanze con troppa luce, piene zeppe di verità assolute al punto che è bene non fidarsi e scappare, ma anche provvisoriamente su di una nuvola, traghettato per un breve viaggio, poi esperienze fondamentali, drammi, euforie, crolli.
Il tutto affannosamente legato con elastici, cinghie, fili, tiranti, un intreccio di materia arrangiata a caso, nella quale ho sempre fatto una gran fatica a muovermi e dove ho sempre lavorato tenacemente per districarmi da essa.
Quando finalmente riuscii a spezzare anche l’ultima catena, questa gabbia sospesa precipitò a terra implodendo su se stessa accompagnata da un gran tonfo.
Mi accorsi che per miracolo riuscivo a mantenermi sospeso in aria, volavo.
Rimasi a lungo a guardare giù in basso la polvere dissolversi, intravedevo i rottami di un passato non più familiare e per me oramai privo di qualsiasi interesse, nell’urto i reperti spezzati mostravano la loro parte più intima e segreta, adesso era ancora più chiaro da dove venissi e chi fossi in realtà
Le parole che urlai con rabbia quella sera, esplosero nell’aria rimbalzando tra le pareti della stanza come schegge impazzite.
Il silenzio che ne seguì fu ancora più angosciante, così cupo e gelido che tolse ogni significato a ciò che era stato detto in precedenza e le parole che adesso ristagnavano galleggiando a metà altezza nella cucina, all’improvviso, precipitarono sul pavimento, facendo un gran rumore di cocci rotti.
Si dice che è importante essere se stessi ma non sempre è una qualità, anzi dovremmo essere sempre diversi dal giorno prima, arricchiti, consapevoli, io invece sono ne più e ne meno il ragazzetto che fui nell’officina, intuitivo e volenteroso ma anche collerico e mal disposto, come se la sfortuna di un mestiere duro mi tirasse al limite della sopportazione e non permettesse al caso di manifestarsi negativamente in nessun modo.
Una martellata o una piccola bruciatura? Una interminabile sequela di bestemmie, e gli oggetti più vicini scaraventati per terra, con rabbia e con un inesprimibile dolore, quel dolore che ancora oggi riaffiora violento come allora, simile ad una specie di rancore per una qualche ingiustizia subita, ad un vicolo cieco della ragione.
Insomma, come quando un qualsiasi problema senza apparente soluzione, mi mette faccia a faccia con la paura e la mia fragilità, a quel punto esplodere appare l’unico modo per sedare l’angoscia e tutto ciò che è stato finora costruito con calma e con amore, sembra naufragare in una inutile rabbia, chiassosa e delirante.
La vigilia di ferragosto diluviò. Nel pomeriggio venne un fortissimo temporale, cadde tanta acqua insieme a tanti tuoni ed a un numero incredibile di fulmini.
Con questi vennero giù anche due cornicioni del palazzo di fronte che si disintegrarono a terra sminuzzandosi tra, calce, mattoni e cemento.
I giardinetti comunali invece si riempirono di aghi di pino, e già dal giorno dopo con il calore del primo sole del mattino ribollivano tra l’erba, umidi, profumando di essenza e di estate matura.
A pensarci bene, di li a poco decaddero anche i tempi con i quali si era deciso, con una infinità di buoni propositi, di cambiare e di cambiarci durante la pausa estiva: più muscolosi, o soltanto più magri, correre, leggere tanto, oppure avvicinarsi a Dio.
E invece niente, anche questa volta a pochi giorni dal rientro dalle vacanze non si era fatto proprio nulla, e di anno in anno questa incapacità di organizzare la propria esistenza, cronicizzando, pesava sempre di più, fintanto che alcuni, almeno i più sensibili e indifesi, evidenziavano delle crisi profonde, finendo in una vera e propria voragine di disperazione e di vuoto interiore.
Sono questi i momenti che si desidera una passione, una qualsiasi! Fossero anche le “navi in bottiglia” o iniziare la più singolare delle collezioni, tutto pur di dare un senso a questa esistenza, aggiungere un minimo di personalità a questa vita che sfugge tra le mani.
Una speranza, un colore nuovo, finche la routine, la fabbrica, l’ufficio, la moltitudine delle attività, gli impegni assillanti, non riprendano il sopravvento su quegli attimi di doloroso risveglio, spalmando di nuovo tutto di grigio e placando ogni istinto creativo.
-Scusa, dicevi?- disse il tizio voltandosi di scatto all’indietro con una mezza piroetta, la cintura dell’accappatoio roteò all’altezza del tavolo, avvolse e scaraventò per terra il bellissimo veliero in bottiglia. Un’altra vittima della forza di gravità!
L’oggetto perde la posizione statica, precipita in basso fino al suolo e frantumandosi cambia il suo aspetto mutando in qualcos’altro.
Anche le braccia cadono di fronte a quel piccolo disastro oramai apparentemente irreparabile.
È solo un povero veliero in bottiglia rotto e delle macerie che lo circondano, un sopramobile sciupato, una nave senza vele che ora somiglia ad un peschereccio, le definizioni scaturiscono sempre nuove dall’osservazione dell’oggetto in base a quanto e come al momento, si è disposti a ridefinire quella povera materia sparsa.
Ma non è solo fisicità, fragilità degli elementi, allo stesso modo cadono gli ideali, gli amori, e anche le fedi apparentemente incrollabili, si sbriciolano tra le dita , quando per un leggerissimo spostamento si perde stabilità, equilibrio, allora inizia la lotta con la forza di gravità che sembra trascinare inesorabilmente tutto in basso e ci costringe a sfoderare il miglior talento per mantenere tutto in equilibrio, tutto perfettamente sotto controllo
Magia di un attimo e non c’è più salvezza, manca l’appiglio per sostenersi o proteggere ciò che ci è caro, si è goffi nel cercare di ritrovare la postura corretta, ridicoli quando le cose ci volano da una mano all’altra nel tentativo di riprenderle e la faccia poi, mostruosa, con gli occhi strabuzzati, la bocca aperta e la lingua di fuori. Non posso fare a meno di provare una grande tenerezza per il genere umano, siamo perennemente impegnati a gestire questa forza fisica e lo facciamo in maniera così automatica che non ci soffermiamo mai abbastanza a riflettere, quanto questa ovvietà interpreti in ogni istante la fragilità della nostra esistenza, la foglia che cade è alimentata dalla stessa energia del macigno che ci schiaccerà.
È capitato che nel tempo, guardando in basso abbia visto, ideali, speranze crollare e insieme ad altre macerie rimanere a terra immobili, illuminate nel ricordo da una luce livida, bianca come la luna, una luce che abbaglia, togliendo colore ed identità, confondendo e mescolando valori umani con l’oscenità delle cose e poi ancora, gente camminarci sopra nel tentativo di recuperare un po’ di ciò che aveva perduto, non riuscendo più a distinguere una passione da una illusione, cercando di ricostruirsi una ricchezza, arraffando tutto quanto abbia un corpo, tutto quanto possa essere preso con le mani.
Oppure chi come me non si da per vinto e con la malinconia di chi cerca di rimediare ad un danno irreparabile costruisce con i cocci rotti forme geometriche o croci.
Adesso gli stessi cocci rotti sono frasi tronche, promesse non mantenute, vocali o consonanti mal pronunciate e per questo fraintese. Con lo stesso spirito e la stessa malinconia, tento di recuperare anche solamente il senso di una frase, per far si che non sia andato tutto perduto, è la stessa urgenza di ricomporre delle macerie che mi spinge a rapprendermi in parole




lunedì 21 luglio 2008

un legame particolare


Nel ricordo di una estate torrida di tanti anni fa e di un luglio senza fine, per la strada sassosa che dai campi della piana del Sovara porta all’abbadia San Salvatore, appare Rosa la contadina.
Con gli scarponi invernali senza stringhe, il vestito di una fantasia floreale inverosimile, la panuccia grigia, la falce a penzoloni legata alla vita con una vecchia cintura di cuoio ed un fazzoletto rosso in testa. Avanza lentamente in salita, spingendo con la mano destra sul ginocchio destro, aiutandosi a sollevare il corpo per il passo successivo, con la mano sinistra tiene la corda con la quale ha legato un gran fastello di erba medica. Febo il cane da pagliaio, la segue ovunque, girandole intorno trotterellando con gli occhi scintillanti di una felicità contagiosa.
Rosa è una donna buona, provvede ad una famiglia numerosa ed è il riferimento dell’affettività per tutti, si potrebbe definire “la fabbrica del bene”, non dell’amore indefinito astratto, piuttosto il bene giusto, quello che stabilisce un ordine di appartenenza alle cose, alle persone, agli animali. Quel bene risoluto che provvede e ripara sempre per il meglio
Tutti avvertono questa sacralità e tutti sono fieri di questa comunione, perfino i polli, le anatre, si emozionano al suo passaggio e nell’orto anche i pomodori sembra le sorridano.
Io la Rosa me la ricordo così!
Rincasando appoggia l’erba medica sul tetto delle gabbie dei conigli, guarda l’orologio e lentamente si incammina verso la chiesetta di S. Salvatore, dopo pochi passi entra e suona la campana.
È mezzogiorno per tutti.
Nello spiazzo di fronte alla casa, tra il polverone alzato per i giochi frenetici insieme a gli altri ragazzini, mi sento chiamare più volte, era lei.
Accarezzandomi la testa infilò la mano nel tascone della panuccia e tirò fuori un passerotto appena divolato dal nido – questo portalo a casa quando torni al Borgo-
Credo che dall’emozione a pranzo neanche mangiai, sentivo tutta la responsabilità di quel piccolo essere tremante, ero diventato padre, domatore, allevatore in un istante.
Il pomeriggio fu la fascinazione..
Rimasi seduto a lungo sui sedili di pietra sotto i due grandi ippocastani di fronte alla chiesa, l’esserino stava quasi fermo sul piano del tavolo, fremendo poi aprendo il becco e scuotendo le ali.
Il sole si incastrava nel fitto del fogliame appena mosso dal vento, lasciando trapassare dei colpi di luce, dei bagliori fortissimi, fulminei come dei flash che illuminavano l’animaletto per pochissimi istanti evidenziandone le cangiature del piumaggio.
Era bellissimo, meritavamo un futuro, potevamo diventare inseparabili,sarebbe stato sempre sulla mia spalla volando brevemente per poi ritornarci subito, senza scappare, già senza scappare, perché doveva andarsene da me? Nessuno lo avrebbe nutrito meglio o amato di più, e poi era mio perché avrebbe dovuto tradirmi?
Dal mondo animale circostante arrivavano dei segnali di vita libera di un perfetto equilibrio naturale.
Gli uccelli un po’ più grandi di lui già da qualche giorno volavano felici ed un paio di gatti si erano avvicinati, stanchi, apatici, fintamente distratti ma con l’acquolina alla gola.
Nessuno sa meglio di un bambino che cos’è la libertà e qual è il suo valore e naturalmente tutti indistintamente sappiamo riconoscere nel profondo di noi stessi qual è la verità, dove sta il giusto, ciò che è bene e ciò che è male.
Tuttavia la nostra natura, condizionata dalla vanità e da un istintivo egoismo ci porta a sostituirci al destino, decidendo arbitrariamente per gli altri, modificando a nostro piacere come in questo caso la verità, finendo poi per diventare i carcerieri di ciò che amiamo.
La giornata ristagnava nel caldo ossessionante, anche gli animali si erano a poco a poco tacitati, solo le colombe tubavano ritmicamente, qualche raro muggito dalla stalla e lo spettacolo delle rondini che silenziose a quell’ora, salivano nel punto più alto del cielo per poi gettarsi in picchiata fino a pochi metri dal suolo.
Animali liberi ed animali condizionati dall’uomo. -e tu chi sei?- sussurravo all’uccellino.
Oramai era deciso, l’indomani saremo tornati tutti e due al Borgo, si trattava a questo punto di dargli una casa e con quella mi sarei fatto perdonare.
La rimessa degli attrezzi era un capanno pericolante aperto su tre lati ed appoggiato alla vecchia canonica.
Portai con me l’animaletto e provvisoriamente lo rinchiusi nel vano portaoggetti del trattore.
Respiravo forte, dovevo fare in fretta, l’idea di una sistemazione appropriata si era fatta urgente, scrutavo ogni cianfrusaglia sotto vari aspetti: la possibile trasformazione, l’eventuale cambio d’uso, oltre tutte le potenzialità di comodità, robustezza e non ultima l’estetica, considerando il prezioso tesoro che doveva contenere.
Trovai una vecchia scatola delle scarpe, abbastanza pulita, ma era troppo ingombrante.
Con delle forbici da potatura, la ridussi di circa la metà, poi con del nastro adesivo cominciai a ricostruirla più piccola, spesso controllavo l’uccellino che rimaneva fermo, immobile accucciato comodamente su di un vecchio paio di guanti da lavoro.
Con i denti tagliavo in strisce più o meno lunghe il nastro adesivo e caricavo la scatola di rinforzi in ogni angolo, poi con le mani continuavo accarezzando la superficie e spingendo con le dita per togliere le bolle d’aria.
Con quei gesti spontanei, così sensuali ed accurati, nasceva forse il mio primo incontro con una forma rudimentale di plasticità espressiva.
L’esaltazione tattile divideva lo spazio di quel momento con una sorta di gigantismo al limite della follia, l’operazione che stavo compiendo portava con se dei rimandi ancestrali e ne intuivo la potenza ed il valore simbolico
Potevo essere tutto e la scatola il mondo intero, le mani amorevolmente contenevano la scatola e a sua volta la scatola avrebbe contenuto la vita.
Tornando in me mi accorsi che il lavoro era pronto, dovevo solo abbellire ancora, uniformare il colore.
Dietro delle ceste di vinco buttate in un angolo, alzando il coperchio di un mastello di legno, scoprì una poltiglia giallo verde che giaceva rassodata sotto quattro dita di acqua chiarissima.
Era lo zolfo che con l’ossido di rame serviva per disinfettare i frutti e le viti, quindi stroncai un piccolo ramo con il quale feci il pennello ed imbrattai la scatola.
Poi fu la volta dei buchi, perforando la scatola con un vecchio chiodo arrugginito, consideravo approssimativamente quanta aria potesse servire all’animale per vivere, anche in questo gesto a pensarci bene mi ero dato un certo rigore formale, allineando i fori e distanziandoli tutti uguali.
Ricercavo inconsciamente una logica compositiva e mi fermai solo quando raggiunsi un equilibrio estetico sufficientemente appagante.
L’aria mi dissi, sarebbe bastata.
È passato tanto tempo e non ricordo più se ci fu un domani, purtroppo non riuscimmo a diventare amici inseparabili come speravo, e di certo non fu colpa ne dell’aria e ne del cibo insufficiente, piuttosto fu l’amore crudele di un bambino e le sue cure goffe e spasmodiche.
Ancora oggi viaggiando incontro paesaggi di città e di case sparse, gettate a caso nelle colline o a ridosso delle strade, poi a volte mi capita di ricordare quella scatola di ieri come fosse ancora nelle mie mani e lo stesso gigantismo riaffiora dalla memoria di quegli attimi, lo sguardo si perde accarezzando le superfici di quelle architetture come un sogno che continua al mio comando.
Immagino nei colori della mia memoria, con la luce accecante di quei giorni, facciate riarse dal sole e forate da finestre dove pullula una umanità che respira, dorme, ride, piange, una umanità amata profondamente e teneramente fragile.

domenica 25 maggio 2008

dal catalogo della mostra "dei semi e di altre storie" roma febbraio 2008


In un pomeriggio di fine estate, un fiore di campo, già quasi completamente privo dei suoi petali, non aspettava altro che il momento giusto, per liberarsi anche della colonia dei suoi semi.
Il poverino era particolarmente preoccupato, sentiva avvicinarsi il momento del distacco e voleva assolutamente concludere al meglio il suo ciclo vitale, cercava insomma di favorire come meglio poteva la messa a dimora delle sue creature.
Assumeva, nell’incarico educativo che si era affidato, un tono risoluto e militaresco.
Dapprima, con una certa calma, riusciva a dare ai semi indicazioni botaniche, semplici, basilari, raccomandava di prediligere terreni umidi, ben soleggiati, poi nell’infervorarsi continuava aumentando la foga, ed il tono della voce,” Fidatevi degli insetti, ma non di tutti gli insetti” e cominciava ad elencare le specie utili e poi i predatori “Attenti alle formiche” urlava cianotico.
Ci fu quel giorno un grande trambusto, le voci si sovrapponevano, si intuiva dalla confusione che qualcosa stava per accadere.
Quasi tutti i semi, almeno i più sbruffoni, giuravano e scommettevano che avrebbero radicato perfino sul nulla, o che al massimo gli sarebbe stata sufficiente un po’ di polvere e qualche goccia di acqua per poter vivere.
Altri silenziosi, più cauti, pensavano le stesse cose, avevano in fondo le stesse convinzioni e lo stesso entusiasmo, ma rimanevano in silenzio a fiutare l’aria.
Il fiore invece dal canto suo, continuava preoccupatissimo a suggerire opportunità ambientali, razionali, scientifiche, per la loro crescita ed il loro sviluppo e li invitava a diffidare delle scelte facili, o dei luoghi accattivanti che sicuramente non avrebbero mantenuto nel tempo ciò che promettevano all’inizio.
E si che lui ne aveva visti di quelli che attratti dal fresco della riva del ruscello venivano spazzati via al primo acquazzone.
Con l’ultimo petalo rimasto aveva attorcigliato addirittura una specie di cono, una sorta di megafono e con quello urlava come impazzito “Illusioni!! state attenti alle illusioni!”
Il disinteresse per quel tipo di raccomandazioni era praticamente totale.
Anzi, nel complesso la scena stava degenerando nel ridicolo, alcuni semi infatti si dondolavano pericolosamente dal bordo della corolla ed infatti di li a poco caddero ai suoi piedi.
Altri indicavano un punto lontano aldilà della collina, dove si fantasticava di tutto, talvolta scoppi di risate emergevano improvvise dal brusio delle voci e per il resto ovunque cerano discussioni animate e una innegabile emozione generale
E così, la caciara continuò fino quasi a sera, quando ad un certo punto, attraverso un cielo diventato oramai grigio cupo, carico di nuvolosi minacciosi, si cominciò ad intravedere un bagliore di fulmini lontano.
Forse il grande momento era arrivato. La combriccola si fece silenziosa , si sentiva nel campo solo il ronzare delle mosche e degli insetti.
Poi arrivò quasi imprevisto un colpo d’aria fortissimo che anticipava il temporale, il fiore piegò il suo gambo come un arco fino quasi a spezzarsi, e in un attimo il vento lo spogliò strappandogli di dosso tutti i semi.
Si compiva così un altro piccolo miracolo di natura, ma che di miracoloso, a pensarci bene non aveva proprio nulla. Anzi si riproponeva in maniera continua, ossessiva , nel mondo, a tutte le latitudini, e sembrava piuttosto farci tutti uguali : vegetali, animali , uomini.
Il fiore morì nel nubifragio che seguì, alcuni chicchi di grandine lo colpirono, spezzandogli il gambo.
Il poveraccio non riuscì neanche a dare un’ultima occhiata al mondo che lo circondava, e che aveva amato tanto e del quale si sentiva ancora far parte, che altra grandine, ancora più grossa lo spappolò definitivamente a terra.
I semi erano oramai lontani, spinti dal vento che precede il temporale, volavano nelle direzioni più disparate, trascinati ovunque non riuscivano a controllare il loro volo.
Si dimenavano per contrastare la corrente in maniera patetica, ad ogni considerazione, positiva o negativa su ciò che il mondo sottostante poteva offrirgli si agitavano e si fingevano capaci di frenare o incoraggiare la corsa.
Ma in realtà il vento faceva il suo mestiere e come il destino, anche lui, non chiede dove deve andare o cosa deve fare, procede in una direzione stabilita e non ha padroni.
Cosa dire invece dei semi?, Se non che sono dei pazzi scatenati?, Tutti i semi del mondo sono così! Sono fatti di incoscienza, di occasioni fortunate, di grandi emozioni.
Sono la buccia che contiene la forza ed il mistero del creato, il suo stesso divenire.
Che viaggio splendido fu quello! Le parole del fiore, piene di angoscia e di timori, riaffioravano alla mente solo quando certi semi più sfortunati, urtavano violentemente , contro il mondo ed i suoi inganni. Per il resto erano solo campi meravigliosi, boschi, terra buona ovunque dove poter germinare senza sforzo, alcuni con il tempo diventarono cibo per insetti, altri sparirono nel nulla, altri ancora invece riuscirono a crescere splendidi fiori, solo con un po’ di polvere e qualche goccia d’ acqua.


Qualche seme entrò pure dalla finestra del mio studio, infilandosi negli oggetti più strani, poi nacque l’erba ed io l’ho fotografata….ma questa è un’altra storia