
Nel ricordo di una estate torrida di tanti anni fa e di un luglio senza fine, per la strada sassosa che dai campi della piana del Sovara porta all’abbadia San Salvatore, appare Rosa la contadina.
Con gli scarponi invernali senza stringhe, il vestito di una fantasia floreale inverosimile, la panuccia grigia, la falce a penzoloni legata alla vita con una vecchia cintura di cuoio ed un fazzoletto rosso in testa. Avanza lentamente in salita, spingendo con la mano destra sul ginocchio destro, aiutandosi a sollevare il corpo per il passo successivo, con la mano sinistra tiene la corda con la quale ha legato un gran fastello di erba medica. Febo il cane da pagliaio, la segue ovunque, girandole intorno trotterellando con gli occhi scintillanti di una felicità contagiosa.
Rosa è una donna buona, provvede ad una famiglia numerosa ed è il riferimento dell’affettività per tutti, si potrebbe definire “la fabbrica del bene”, non dell’amore indefinito astratto, piuttosto il bene giusto, quello che stabilisce un ordine di appartenenza alle cose, alle persone, agli animali. Quel bene risoluto che provvede e ripara sempre per il meglio
Tutti avvertono questa sacralità e tutti sono fieri di questa comunione, perfino i polli, le anatre, si emozionano al suo passaggio e nell’orto anche i pomodori sembra le sorridano.
Io la Rosa me la ricordo così!
Rincasando appoggia l’erba medica sul tetto delle gabbie dei conigli, guarda l’orologio e lentamente si incammina verso la chiesetta di S. Salvatore, dopo pochi passi entra e suona la campana.
È mezzogiorno per tutti.
Nello spiazzo di fronte alla casa, tra il polverone alzato per i giochi frenetici insieme a gli altri ragazzini, mi sento chiamare più volte, era lei.
Accarezzandomi la testa infilò la mano nel tascone della panuccia e tirò fuori un passerotto appena divolato dal nido – questo portalo a casa quando torni al Borgo-
Credo che dall’emozione a pranzo neanche mangiai, sentivo tutta la responsabilità di quel piccolo essere tremante, ero diventato padre, domatore, allevatore in un istante.
Il pomeriggio fu la fascinazione..
Rimasi seduto a lungo sui sedili di pietra sotto i due grandi ippocastani di fronte alla chiesa, l’esserino stava quasi fermo sul piano del tavolo, fremendo poi aprendo il becco e scuotendo le ali.
Il sole si incastrava nel fitto del fogliame appena mosso dal vento, lasciando trapassare dei colpi di luce, dei bagliori fortissimi, fulminei come dei flash che illuminavano l’animaletto per pochissimi istanti evidenziandone le cangiature del piumaggio.
Era bellissimo, meritavamo un futuro, potevamo diventare inseparabili,sarebbe stato sempre sulla mia spalla volando brevemente per poi ritornarci subito, senza scappare, già senza scappare, perché doveva andarsene da me? Nessuno lo avrebbe nutrito meglio o amato di più, e poi era mio perché avrebbe dovuto tradirmi?
Dal mondo animale circostante arrivavano dei segnali di vita libera di un perfetto equilibrio naturale.
Gli uccelli un po’ più grandi di lui già da qualche giorno volavano felici ed un paio di gatti si erano avvicinati, stanchi, apatici, fintamente distratti ma con l’acquolina alla gola.
Nessuno sa meglio di un bambino che cos’è la libertà e qual è il suo valore e naturalmente tutti indistintamente sappiamo riconoscere nel profondo di noi stessi qual è la verità, dove sta il giusto, ciò che è bene e ciò che è male.
Tuttavia la nostra natura, condizionata dalla vanità e da un istintivo egoismo ci porta a sostituirci al destino, decidendo arbitrariamente per gli altri, modificando a nostro piacere come in questo caso la verità, finendo poi per diventare i carcerieri di ciò che amiamo.
La giornata ristagnava nel caldo ossessionante, anche gli animali si erano a poco a poco tacitati, solo le colombe tubavano ritmicamente, qualche raro muggito dalla stalla e lo spettacolo delle rondini che silenziose a quell’ora, salivano nel punto più alto del cielo per poi gettarsi in picchiata fino a pochi metri dal suolo.
Animali liberi ed animali condizionati dall’uomo. -e tu chi sei?- sussurravo all’uccellino.
Oramai era deciso, l’indomani saremo tornati tutti e due al Borgo, si trattava a questo punto di dargli una casa e con quella mi sarei fatto perdonare.
La rimessa degli attrezzi era un capanno pericolante aperto su tre lati ed appoggiato alla vecchia canonica.
Portai con me l’animaletto e provvisoriamente lo rinchiusi nel vano portaoggetti del trattore.
Respiravo forte, dovevo fare in fretta, l’idea di una sistemazione appropriata si era fatta urgente, scrutavo ogni cianfrusaglia sotto vari aspetti: la possibile trasformazione, l’eventuale cambio d’uso, oltre tutte le potenzialità di comodità, robustezza e non ultima l’estetica, considerando il prezioso tesoro che doveva contenere.
Trovai una vecchia scatola delle scarpe, abbastanza pulita, ma era troppo ingombrante.
Con delle forbici da potatura, la ridussi di circa la metà, poi con del nastro adesivo cominciai a ricostruirla più piccola, spesso controllavo l’uccellino che rimaneva fermo, immobile accucciato comodamente su di un vecchio paio di guanti da lavoro.
Con i denti tagliavo in strisce più o meno lunghe il nastro adesivo e caricavo la scatola di rinforzi in ogni angolo, poi con le mani continuavo accarezzando la superficie e spingendo con le dita per togliere le bolle d’aria.
Con quei gesti spontanei, così sensuali ed accurati, nasceva forse il mio primo incontro con una forma rudimentale di plasticità espressiva.
L’esaltazione tattile divideva lo spazio di quel momento con una sorta di gigantismo al limite della follia, l’operazione che stavo compiendo portava con se dei rimandi ancestrali e ne intuivo la potenza ed il valore simbolico
Potevo essere tutto e la scatola il mondo intero, le mani amorevolmente contenevano la scatola e a sua volta la scatola avrebbe contenuto la vita.
Tornando in me mi accorsi che il lavoro era pronto, dovevo solo abbellire ancora, uniformare il colore.
Dietro delle ceste di vinco buttate in un angolo, alzando il coperchio di un mastello di legno, scoprì una poltiglia giallo verde che giaceva rassodata sotto quattro dita di acqua chiarissima.
Era lo zolfo che con l’ossido di rame serviva per disinfettare i frutti e le viti, quindi stroncai un piccolo ramo con il quale feci il pennello ed imbrattai la scatola.
Poi fu la volta dei buchi, perforando la scatola con un vecchio chiodo arrugginito, consideravo approssimativamente quanta aria potesse servire all’animale per vivere, anche in questo gesto a pensarci bene mi ero dato un certo rigore formale, allineando i fori e distanziandoli tutti uguali.
Ricercavo inconsciamente una logica compositiva e mi fermai solo quando raggiunsi un equilibrio estetico sufficientemente appagante.
L’aria mi dissi, sarebbe bastata.
È passato tanto tempo e non ricordo più se ci fu un domani, purtroppo non riuscimmo a diventare amici inseparabili come speravo, e di certo non fu colpa ne dell’aria e ne del cibo insufficiente, piuttosto fu l’amore crudele di un bambino e le sue cure goffe e spasmodiche.
Ancora oggi viaggiando incontro paesaggi di città e di case sparse, gettate a caso nelle colline o a ridosso delle strade, poi a volte mi capita di ricordare quella scatola di ieri come fosse ancora nelle mie mani e lo stesso gigantismo riaffiora dalla memoria di quegli attimi, lo sguardo si perde accarezzando le superfici di quelle architetture come un sogno che continua al mio comando.
Immagino nei colori della mia memoria, con la luce accecante di quei giorni, facciate riarse dal sole e forate da finestre dove pullula una umanità che respira, dorme, ride, piange, una umanità amata profondamente e teneramente fragile.
Con gli scarponi invernali senza stringhe, il vestito di una fantasia floreale inverosimile, la panuccia grigia, la falce a penzoloni legata alla vita con una vecchia cintura di cuoio ed un fazzoletto rosso in testa. Avanza lentamente in salita, spingendo con la mano destra sul ginocchio destro, aiutandosi a sollevare il corpo per il passo successivo, con la mano sinistra tiene la corda con la quale ha legato un gran fastello di erba medica. Febo il cane da pagliaio, la segue ovunque, girandole intorno trotterellando con gli occhi scintillanti di una felicità contagiosa.
Rosa è una donna buona, provvede ad una famiglia numerosa ed è il riferimento dell’affettività per tutti, si potrebbe definire “la fabbrica del bene”, non dell’amore indefinito astratto, piuttosto il bene giusto, quello che stabilisce un ordine di appartenenza alle cose, alle persone, agli animali. Quel bene risoluto che provvede e ripara sempre per il meglio
Tutti avvertono questa sacralità e tutti sono fieri di questa comunione, perfino i polli, le anatre, si emozionano al suo passaggio e nell’orto anche i pomodori sembra le sorridano.
Io la Rosa me la ricordo così!
Rincasando appoggia l’erba medica sul tetto delle gabbie dei conigli, guarda l’orologio e lentamente si incammina verso la chiesetta di S. Salvatore, dopo pochi passi entra e suona la campana.
È mezzogiorno per tutti.
Nello spiazzo di fronte alla casa, tra il polverone alzato per i giochi frenetici insieme a gli altri ragazzini, mi sento chiamare più volte, era lei.
Accarezzandomi la testa infilò la mano nel tascone della panuccia e tirò fuori un passerotto appena divolato dal nido – questo portalo a casa quando torni al Borgo-
Credo che dall’emozione a pranzo neanche mangiai, sentivo tutta la responsabilità di quel piccolo essere tremante, ero diventato padre, domatore, allevatore in un istante.
Il pomeriggio fu la fascinazione..
Rimasi seduto a lungo sui sedili di pietra sotto i due grandi ippocastani di fronte alla chiesa, l’esserino stava quasi fermo sul piano del tavolo, fremendo poi aprendo il becco e scuotendo le ali.
Il sole si incastrava nel fitto del fogliame appena mosso dal vento, lasciando trapassare dei colpi di luce, dei bagliori fortissimi, fulminei come dei flash che illuminavano l’animaletto per pochissimi istanti evidenziandone le cangiature del piumaggio.
Era bellissimo, meritavamo un futuro, potevamo diventare inseparabili,sarebbe stato sempre sulla mia spalla volando brevemente per poi ritornarci subito, senza scappare, già senza scappare, perché doveva andarsene da me? Nessuno lo avrebbe nutrito meglio o amato di più, e poi era mio perché avrebbe dovuto tradirmi?
Dal mondo animale circostante arrivavano dei segnali di vita libera di un perfetto equilibrio naturale.
Gli uccelli un po’ più grandi di lui già da qualche giorno volavano felici ed un paio di gatti si erano avvicinati, stanchi, apatici, fintamente distratti ma con l’acquolina alla gola.
Nessuno sa meglio di un bambino che cos’è la libertà e qual è il suo valore e naturalmente tutti indistintamente sappiamo riconoscere nel profondo di noi stessi qual è la verità, dove sta il giusto, ciò che è bene e ciò che è male.
Tuttavia la nostra natura, condizionata dalla vanità e da un istintivo egoismo ci porta a sostituirci al destino, decidendo arbitrariamente per gli altri, modificando a nostro piacere come in questo caso la verità, finendo poi per diventare i carcerieri di ciò che amiamo.
La giornata ristagnava nel caldo ossessionante, anche gli animali si erano a poco a poco tacitati, solo le colombe tubavano ritmicamente, qualche raro muggito dalla stalla e lo spettacolo delle rondini che silenziose a quell’ora, salivano nel punto più alto del cielo per poi gettarsi in picchiata fino a pochi metri dal suolo.
Animali liberi ed animali condizionati dall’uomo. -e tu chi sei?- sussurravo all’uccellino.
Oramai era deciso, l’indomani saremo tornati tutti e due al Borgo, si trattava a questo punto di dargli una casa e con quella mi sarei fatto perdonare.
La rimessa degli attrezzi era un capanno pericolante aperto su tre lati ed appoggiato alla vecchia canonica.
Portai con me l’animaletto e provvisoriamente lo rinchiusi nel vano portaoggetti del trattore.
Respiravo forte, dovevo fare in fretta, l’idea di una sistemazione appropriata si era fatta urgente, scrutavo ogni cianfrusaglia sotto vari aspetti: la possibile trasformazione, l’eventuale cambio d’uso, oltre tutte le potenzialità di comodità, robustezza e non ultima l’estetica, considerando il prezioso tesoro che doveva contenere.
Trovai una vecchia scatola delle scarpe, abbastanza pulita, ma era troppo ingombrante.
Con delle forbici da potatura, la ridussi di circa la metà, poi con del nastro adesivo cominciai a ricostruirla più piccola, spesso controllavo l’uccellino che rimaneva fermo, immobile accucciato comodamente su di un vecchio paio di guanti da lavoro.
Con i denti tagliavo in strisce più o meno lunghe il nastro adesivo e caricavo la scatola di rinforzi in ogni angolo, poi con le mani continuavo accarezzando la superficie e spingendo con le dita per togliere le bolle d’aria.
Con quei gesti spontanei, così sensuali ed accurati, nasceva forse il mio primo incontro con una forma rudimentale di plasticità espressiva.
L’esaltazione tattile divideva lo spazio di quel momento con una sorta di gigantismo al limite della follia, l’operazione che stavo compiendo portava con se dei rimandi ancestrali e ne intuivo la potenza ed il valore simbolico
Potevo essere tutto e la scatola il mondo intero, le mani amorevolmente contenevano la scatola e a sua volta la scatola avrebbe contenuto la vita.
Tornando in me mi accorsi che il lavoro era pronto, dovevo solo abbellire ancora, uniformare il colore.
Dietro delle ceste di vinco buttate in un angolo, alzando il coperchio di un mastello di legno, scoprì una poltiglia giallo verde che giaceva rassodata sotto quattro dita di acqua chiarissima.
Era lo zolfo che con l’ossido di rame serviva per disinfettare i frutti e le viti, quindi stroncai un piccolo ramo con il quale feci il pennello ed imbrattai la scatola.
Poi fu la volta dei buchi, perforando la scatola con un vecchio chiodo arrugginito, consideravo approssimativamente quanta aria potesse servire all’animale per vivere, anche in questo gesto a pensarci bene mi ero dato un certo rigore formale, allineando i fori e distanziandoli tutti uguali.
Ricercavo inconsciamente una logica compositiva e mi fermai solo quando raggiunsi un equilibrio estetico sufficientemente appagante.
L’aria mi dissi, sarebbe bastata.
È passato tanto tempo e non ricordo più se ci fu un domani, purtroppo non riuscimmo a diventare amici inseparabili come speravo, e di certo non fu colpa ne dell’aria e ne del cibo insufficiente, piuttosto fu l’amore crudele di un bambino e le sue cure goffe e spasmodiche.
Ancora oggi viaggiando incontro paesaggi di città e di case sparse, gettate a caso nelle colline o a ridosso delle strade, poi a volte mi capita di ricordare quella scatola di ieri come fosse ancora nelle mie mani e lo stesso gigantismo riaffiora dalla memoria di quegli attimi, lo sguardo si perde accarezzando le superfici di quelle architetture come un sogno che continua al mio comando.
Immagino nei colori della mia memoria, con la luce accecante di quei giorni, facciate riarse dal sole e forate da finestre dove pullula una umanità che respira, dorme, ride, piange, una umanità amata profondamente e teneramente fragile.


1 commenti:
mio nonno alfredo aveva un domestica di abbadia san salvatore di nome rosa
che se non sbaglio portava un fazzoletto rosso in testa
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